Progresso cieco

Ho la continua sensazione che qualcosa non vada nel nostro modo di percepire, pensare, ragionare. E’ come se avessimo una gabbia dentro alla testa, che non ci permette di sviluppare liberamente idee e percezioni. Non parlo solo della massa. Mi riferisco in generale a tutto il pensiero dell’uomo moderno, o quantomeno per la stragrandissima parte. Proverò a fare una critica razionale al pensiero razionale.

Non solo pensiamo sempre in termini prettamente tecnici e schematici, ma abbiamo anche perso la capacità di pensare in altri modi. Altri modi di pensare, per noi, non esistono quasi più. Tutto ciò che va oltre al pensiero calcolatore pare quasi fantasia, irreale.

Mi spiego meglio. Abbiamo sviluppato una tendenza a dividere il mondo percepito in cose singole e distinte, a sentire noi stessi come unità separate in questo mondo. Questo deriva dall’attuale propensione della nostra mente a misurare e a classificare. Praticamente costruiamo una mappa intellettuale della realtà, dove per praticità le cose sono ridotte ai loro contorni. Dunque la conoscenza razionale è un insieme di concetti astratti e di simboli, strutturata in maniera lineare e sequenziale (proprio come il nostro modo di pensare e parlare).

Il mondo naturale (e quindi anche chi ne fa parte, noi compresi) è invece composto da varietà e complessità infinite. Non contiene linee rette o forme regolari. Non esiste un modello predeterminato di riferimento. Le cose non avvengono in successione ma tutte contemporaneamente. E’ un mondo dove persino lo spazio vuoto ha una curvatura. Proprio per questo il nostro pensiero non sarà mai in grado di descrivere o comprendere questa realtà nella sua complessità. Cercando di ragionare razionalmente sulla realtà, ci troviamo davanti alle stesse difficoltà che incontra un cartografo che cerchi di rappresentare la superficie curva della Terra con una serie di mappe piane: il risultato sarà necessariamente solo una rappresentazione approssimata della realtà, e di conseguenza tutta la conoscenza razionale è per forza di cose limitata.

Poiché la nostra rappresentazione della realtà è molto più facile da afferrare che non la realtà stessa, noi tendiamo a confondere le due cose a prendere i nostri concetti e i nostri simboli come fossero la realtà. E’ in atto una riduzione del pensiero al calcolo. Visualizziamo il mondo quasi solo sotto il profilo dell’utile o del “sensato”. Il pensiero calcolante soffoca le altre forme di pensiero.

Chuang-tzu disse “Il fine delle parole è l’idea: afferrata l’idea metti da parte le parole”. Detto in altre parole da Alfred Korzbski, “la mappa non è il territorio”. La realtà non può essere descritta con parole, in quanto sta al di là del campo dei sensi e dell’intelletto dai quali le nostre parole ed i nostri concetti derivano. “Nell’istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge”. Il pensiero razionale tuttavia non è l’unico possibile. Basti pensare a tutto il mondo animale.

Questo non è solo un discorso che mira ad aprire la strada per una comprensione maggiore. E’ anche e soprattutto una critica all’attuale modo di pensare. L’uomo, che tanto si considera superiore al resto del mondo animale e della natura, non ha in realtà raggiunto alcun risultato positivo nonostante un enorme aumento della conoscenza razionale. Ha piuttosto creato una realtà distruttiva in cui la specie umana stessa sta male come non mai. Una realtà sempre più meccanica, sempre più preimpostata, dove molti ragionamenti coinvolgono solo l’intelligenza binaria (“si” e “no”, eventualmente “non lo so”). Alla base di questa realtà vi sono la tecnica ed i suoi strumenti, che intaccano inevitabilmente anche tutto il resto. Solo la quantità è calcolabile e, com’è stato notato, “la matematica non è solo uno strumento della conoscenza scientifica, bensì il suo stesso fine: essere perfettamente esatta, coerente, generale. Non importa se il mondo è inesatto, correlato e specifico, e se nessuno ha mai visto due foglie, o alberi, o nuvole, o animali uguali, o se nessun momento è identico a un altro”. Quel che conta è potersi rappresentare tutto in modo intelligibile e ordinato. Nel momento in cui conto 50 alberi, già sto ragionando in maniera profondamente categorizzante. Non esistono neanche 2 alberi uguali, e soprattutto non c’è necessità di avere un modello di albero. Ragionamento che se trasportato nelle dinamiche della società trova moltissimi riscontri.

Il metodo scientifico dell’astrazione è molto efficace e potente, ma comporta un prezzo da pagare. Via via che definiamo con maggior precisione il nostro sistema di concetti, che lo rendiamo più efficiente e ne stabiliamo le connessioni interne in modo sempre più rigoroso, esso si distacca sempre più dal mondo reale. Come ha brillantemente riassunto Albert Einstein, “nella misura in cui le proposizioni matematiche si riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui esse sono certe, non si riferiscono alla realtà”. Inoltre, se è vero che grazie alle conoscenze moderne chiunque può trovare in pochi minuti cataloghi con informazioni dettagliate su una determinata pianta (il colore, le zone dove cresce, la temperatura a cui cresce, le sue proprietà), dall’altro lato è vero che conosciamo solo una sua rappresentazione. Una cosa è conoscere attraverso esperienza diretta, vista, odore, tatto ed un’altra è conoscere attraverso nozioni e classificazioni.

Parlando più in generale, tutte le volte che la natura essenziale delle cose è analizzata dall’intelletto, essa non può non apparire assurda e paradossale. A mano a mano che penetriamo più profondamente nella natura, siamo costretti via via ad abbandonare le immagini e i concetti del linguaggio ordinario. Questo è anche il motivo per cui, quando in fisica si osserva la natura essenziale delle cose, si è costretti ad utilizzare modelli e immagini che sono simili a quelli filosofici.

La scienza pensa e vede tutto (essere umano compreso) come oggetto/materiale biologico da studiare. E’ chiaro quindi che già dall’istante in cui questa diventa la prospettiva stiamo stravolgendo qualcosa. Vero è che conosciamo un’infinità di cose su ciò che è molto più grande e molto più piccolo di noi (pensiamo alle due teorie più importanti della fisica moderna). E’ però cruciale comprendere che scegliendo di conoscere tutto questo, con da un lato le implicazioni per quanto riguarda la nostra prospettiva verso il resto e quelle pratiche necessarie per progredire in questo senso dall’altro, stiamo perdendo molto. Potremmo vedere metaforicamente tutto questo progresso come un’enorme catapulta: una volta sparati in aria avremo un punto d’osservazione più ampio, potremo conoscere la temperatura, fare esperimenti differenti.. ma il tutto finirà inevitabilmente precipitando.

Da un lato vediamo molto di più, dall’altro siamo quasi ciechi.

Fonte: Mosca Bianca

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